Da sinistra a destra
Giorgio Ganora, Roberto Rossi, Alessandro Corvaglia, Andrea Orlando, Gianni Iannece

 

Giugno 2001

S
ono stato per la seconda volta (la prima fu oltre un anno fa a Genova Nervi) ad un concerto dei Real Dream, e questa volta ho pensato bene di portarmi dietro una decina di affezionatissimi dei Genesis (la prossima volta credo che saranno molti di più: il "passaparola" in questi casi viaggia via telefono, e-mail, parola, telepatia ecc.): inutile dire che sono rimasti alcuni entusiasti, altri increduli.
I locali sono pieni di bands/gruppi che portano in giro canzoni di U2, Ligabue, Litfiba, Beatles, Santana, Casadei, Baglioni e Battiato... ma credere a qualcuno che ti dice che esiste una cover band che propone pezzi dei Genesis, risulta sempre un po' difficile. Così, chi si presenta per la prima volta ad un concerto dei Real Dream, essendo "probabilmente" fan dei Genesis, si aspetta una "imitazione" (un "più o meno uguali"), come avviene appunto per le altre riproposizioni di altri artisti, che faccia solo assaporare il gusto della musica dei grandi di Peter Gabriel, visto che appare improbabile che un gruppo di musicisti riesca a riproporre le atmosfere e sonorità del più grande complesso del secolo...
Ed invece, appena le prime note di Watcher of The Skies si staccano dalle dita di Giorgio Ganora (ottime anche le sue "vocals", seppure influenzato!), il primo commento dell'amico a fianco è: "dai, digli di togliere il disco...". La versione di Watchers risulta impreziosita dagli atteggiamenti del cantante, Alessandro Corvaglia, che si muove alla perfezione sul ritmo del pezzo, facendo materializzare davanti al pubblico ipnotizzato la versione 2001 di Peter Gabriel, col suo tamburello che giustamente a fine pezzo cala davanti al volto, perfettamente ripreso dai rari video dell'epoca.
Un po' a sorpresa il secondo brano è Squonk: parliamo di sorpresa perché il pezzo, nella sua semplicità, riporta il pubblico alla realtà e forse è meglio così: qualcuno sorseggia finalmente la bibita che ha ordinato prima che sia da buttare perché calda, qualcuno commenta incredulo l'impatto del primo pezzo. Squonk scivola via perfetta, identica all'originale, riportando un po' di serenità...
Serenità subito spazzata via da un pezzo nuovo inserito in scaletta, The Fountain of Salmacis. Il brano, introdotto da una breve "chiacchierata" di Corvaglia in stile Peter (non mi è mai piaciuto chiamarlo "Gabriel", come fanno i critici dei grandi giornali specializzati...) spazza via ogni dubbio: qui l'atmosfera è quella giusta, sul palco si materializzano i Genesis con i salti di ritmo, di umore, si passa dalla gioia al dolore, dall'allegria al dramma e poi nuovamente alla gioia e le note rapiscono gli ascoltatori, portandoli a volte per mano e a volte per i capelli a raggiungere ed esplorare luoghi magici, incontaminati, meravigliosi.
Si passa quindi a Carpet Crawlers... qui ogni commento sarebbe superfluo: il pezzo, veramente impegnativo per quanto riguarda il "background" strumentale, si srotola nella sua melodicità fino al finale in crescendo, quando l'ottanta per cento della sala canta, sussurrando con discrezione, il finale.
Dopo la "ballata" (si fa per dire), arriva il capolavoro. Come un'onda che dal mare piatto si alza improvvisamente ed inaspettatamente, un'onda alta cento metri che lascia tutti gli appassionati senza fiato, ecco arrivare Firth of Fifth. L'ennesima conferma del valore della band, che va oltre la bravura dei singoli a livello strumentale, si può assaporare durante lo svolgimento di Firth: la voce, netta e precisa; le tastiere che da fiume in piena si dissolvono nell'oceano, il basso di Gianni Iannece deciso e dolce allo stesso tempo che segue lo svolgimento del pezzo accompagnandone ogni svolta, la batteria travolgente di Andrea Orlando, che impietosamente scava ad ogni colpo nell'anima di chi ascolta e la chitarra solista di Roberto Rossi che, dulcis in fundo, strappa qualche lacrima a più di un fan per la struggente esecuzione del pezzo forse più amato in assoluto dai "genesiani" si fondono in un unica massa di emozioni che travolgono senza pietà i presenti, lasciandoli senza fiato. E come sempre, la fine di Firth of Fifth lascia nell'atmosfera un nebbia densa di "estasiante malinconia": la scelta magistrale di attaccare al volo con la seconda parte di Supper's Ready (A flower?) riporta con un improvvisa sterzata tutto il pubblico alla realtà, mentre le mani iniziano a bruciare e ad arrossarsi un po'... Degni veramente di nota in questo pezzo, le interpretazioni del vocalist (vorrei dire che qui sembra "tirato per la giacca" ora da Phil Collins ora da Peter Gabriel, con la voce che spazia tra Foxtrot e Seconds Out, sempre a livelli che sfiorano la perfezione, ma lasciamolo tra parentesi in attesa di conoscere il "gradimento" per Phil da parte di Corvaglia... ) e la parte ritmica durante Apocalypse in 9/8, oltre naturalmente al tripudio del finale, esattamente identico alla versione originale.
E' la volta quindi di Can utility & the coastliners, eseguita ancora una volta proponendo le sonorità dell'epoca e a seguire un piccolo intervallo (per tutti tranne che per Roberto Rossi!) con Horizons.
Arriva quindi il momento di Liliwhite Lilith, brano tratto dal capolavoro The Lamb lies down on Broadway, album che perfettamente si presta alle caratteristiche di tutti i componenti del gruppo e che infatti risulta una vera e propria clonazione di quelle sonorità.
Con un tris di pezzi "più recenti", il concerto porta una ventata di "modernità": Behind The Lines, In that quiet earth (soprattutto) e Afterglow confermano le aspettative di chi conosce già l'abilità esecutiva dei Real Dream e mette in chiaro con i nuovi ascoltatori che indipendentemente dalla formazione dei Genesis e dalla data dei pezzi il risultato non cambia: i brani riportano indietro ora di 15, ora di 20, ora di 30 anni e dalle casse esce l'esatta riproduzione di quei capolavori, per niente intaccata dai tempi e dalle mode.
Ci si incammina verso il finale: I know what I like scorre orecchiabile e diretta come non mai e così, di punto in bianco ci si trova di fronte al momento magico del concerto... Corvaglia si volta e mentre il gruppo sfuma e introduce con le prime note il pubblico in The Musical Box (la parte finale), si ripresenta con la celebre maschera adottata da Peter, preparandosi per un finale di brano da manuale. Il brano prosegue, si svolge, si trasforma in essere vivente mentre Corvaglia/Gabriel (qui si che si può usare il cognome...) inizia il "balletto" del vecchio, atteso da "molto, molto tempo". La storia dei Genesis è lì sul palco, la riproduzione è talmente realistica e identica all'originale da stordire, ubriacare e l'applauso che parte sulle note finali, con Alessandro chino ai piedi del microfono è tanto irrefrenabile quanto fragoroso e meritato e a nulla valgono, qualche minuto dopo, le suppliche del cantante di interromperlo con gesti delle mani: il giusto tributo a lui e al gruppo viene riversato dalla sala pressoché in delirio.
Come se non bastasse, si riparte con un altro brano storico: The Knife. Durante l'esecuzione del brano capita spesso di accertarsi che al posto di Rossi non sia subentrato Hackett, tanto le "svirgolate sul manico" risultano fedeli all'originale.
Finita anche The Knife in un tripudio di suoni e applausi, la serata si conclude con i bis: in Back in NYC si ha la netta sensazione che oltre a Hackett, Banks, Rutherford e Collins (oramai insediati stabilmente sul palco) sia ritornato Peter Gabriel, per "gridare" (eccezionale la mimica di un Rael veramente infuriato contro il mondo che ci circonda) un pezzo che ben pochi oserebbero tentare di proporre al pubblico: il risultato è semplicemente entusiasmante.
Si chiude, solo apparentemente a sorpresa, con Man of our times: per i puristi non sarà forse uno dei pezzi più belli dei Genesis, ma secondo me è giusto così. Il brano riporta tutti gradualmente alla realtà, al 2001... come ci saremmo sentiti infatti se l'ultimo brano rimasto nelle nostre orecchie e nelle nostre teste fosse stato ad esempio Firth of Fifth e avessimo per caso incontrato qualcuno per strada che fischiettava un pezzo di (con tutto il rispetto) Jovanotti o peggio ancora di Eminem?



Genova 28-02-2002

Concerto Real Dream al Mais, Genova-Sturla

Ancora una grande serata al Mais di Sturla dove si è svolto il concerto dei Real Dream. Il "piccolo" (solo per quanto riguarda le dimensioni per i concerti ovviamente) ma elegante ed accogliente locale è stato questa volta sommerso dal fedelissimo "popolo genesiano", tanto che parecchie persone sono rimaste in piedi, alcune fuori e molte altre addirittura a casa (forse a consolarsi ascoltando i vecchi album in vinile in gracchianti stereo anni ’70) per non aver prenotato in tempo ed assicurarsi la presenza all’ennesima strabiliante esibizione del quintetto genovese.

Vale la pena soffermarsi sul "fenomeno" Real Dream, per capire cosa spinge una quantità di gente sempre più numerosa a ritrovarsi ai loro concerti.

E’ ovvio che il collante magico è rappresentato dall’amore incondizionato per i brani dei mitici Genesis, ma la compattezza dei componenti della cover band fa sì che sin dai primi secondi del concerto (Watcher of the skies) tutti i presenti si sentano presi per mano e accompagnati in una "realtà parallela", una dimensione dove il tempo si è fermato a 20-30 anni fa e dove ognuno riscopre le stesse emozioni provate ai primi ascolti degli storici brani di quelle epoche…

Si ha la sensazione di salire su un tappeto volante, un tappeto volante collettivo, sul quale ognuno si lascia andare (chi batte il tempo su un tavolino, chi su un bicchiere, chi chiude gli occhi, chi canta e si commuove, chi suona la batteria nell’aria …) e dall’alto, durante un viaggio nel tempo, ognuno può assistere all’esecuzione di pezzi come Dancing with the moonlight knight, Back in NYC, Fountain of Salmacis, Carpet Crawlers, Can utility ..., Firth of fifth, Get 'em out by Friday, The battle of epping forest, the knife, Lilywhite lilith, I know what I like,The musical box … insomma: un vero paradiso terrestre musicale per i "veri" fans dei Genesis…

Ed è la fedeltà agli originali, nella loro complessità, la vera forza dei Real Dream: raggiungendo il locale in auto, ho messo nel lettore CD Genesis Live ed ho ascoltato Watcher of the skies e Get 'em out by Friday: ebbene, la versione dei Real Dream è più fedele agli originali di Foxtrot della versione live degli stessi Genesis! La musicalità, la fluidità, l’interpretazione di ogni strumentista e del vocalist vanno oltre ogni immaginazione e consegnano al pubblico preziose gemme da conservare il più a lungo possibile nelle orecchie e nella memoria.

Due parole vanno spese anche per il pubblico, che "rispecchia" la bravura del gruppo… A prima vista nel locale regna l’eterogeneità: si potrebbe pensare a gente che ascolta jazz, che va in discoteca, qualche ex "metallaro" e via dicendo ma appena inizia il concerto basta girarsi un po’ intorno per capire che tutti, lì dentro, sono fans accaniti dei Genesis e quindi dei Real Dream (naturalmente solo una grandissima professionalità può portare a questi risultati): la metà delle persone azzecca i passaggi di batteria e cambi repentini di ritmo, ragazze apparentemente venute lì per caso (o per gustarsi due ottimi gamberoni alla griglia …) cantano a memoria tutti i brani, abbandonando ogni vincolo imposto dalla vita di tutti i giorni, i formalismi e tutto il resto. Persino alcuni componenti dello staff del locale, mentre girano tra i tavoli, canticchiano qualche pezzo, fermandosi a guardare, ipnotizzati, le performance di Alessandro Corvaglia diventato il vecchio di The musical box, o lo struggente assolo di Roberto Rossi in Firth of Fifth, lo spettacolare finale di batteria di Andrea Orlando in "Can utility…", le mirabolanti evoluzioni alla tastiera di Giorgio Ganora in Fountain of Salmacis (sempre ammirevoli anche le sue seconde voci), il tutto sempre accompagnato magistralmente dal preciso e possente basso di Gianni Iannece.

Così, nel susseguirsi dei brani, il pubblico diventa un tutt’uno con il gruppo e la sua musica, partecipando emotivamente, dimostrando che la passione per i Genesis è più forte del tempo, delle mode e delle tendenze. Lo stesso Corvaglia, incredibile trascinatore grazie alle interpretazioni di Peter Gabriel ma anche alle sue maschere, trucchi ed abiti , nota la dimensione del fenomeno e ringrazia per la bellezza di quello che si sta formando: un notevole gruppo di persone pronte a tutto per ascoltare pezzi che hanno fatto la storia della musica e che difficilmente troveranno "rivali", mai trovati nel passato, nel futuro.

 

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